Le analisi sull'impatto della crisi redatte dalle banche

Un'analisi molto accurata è appena uscita, a cura dell'Unicerdit Retail Division.
Secondo quest'ultimo studio sui dati sia locali, che regionali che nazionali, emerge che la crisi ha avuto e sta avendo, un'impatto meno rilevante per quanto riguarda il sud dell'Italia, se comparato ai dati economici del Nord.

La spiegazione pero' non è ugualmente confortante, il sud del nostro paese non ha infatti, aree estese a forte industrializzazione, ed anche la piccola media impresa è meno presente. Quindi le conseguenze rilevano dati differenti per via di questa diversa situazione economica di famigli ed imprese locali prima della crisi.

Lo studio di Unicredit, infatti, rileva che, durante i primi sei mesi dell'anno 2009, il paese intero, sembra reagire alla crisi con dati estremamente omogenei. le cifre non differiscono molto tra nord, centro e sud Italia.
Gli ultimi dati tuttavia, rilevano che, rispetto a marzo 2009, si attenua l'impatto negativo su Piemonte, Trentino, Marche, Umbria, Basilicata e Sardegna.

I dati successivi al marzo 2009 pero' cominciano a rilevare una sofferenza maggiore delle aree più fortemente industrializzate, con il Piemonte che rappresenta quasi un'eccezione, essendo una tra le più vaste regioni del Nord, più fortemente industrializzata, ma ancora con numeri migliori, rispetto ad altre regioni simili. Prima fra tutte la Lombardia, ad esempio, che mostra una sofferenza maggiore, sia per quanto riguarda le singole imprese, sia per quanto riguarda le famiglie, che per quanto concerne protesti e fallimenti.

Si verifica quindi un paradosso di questo tipo: in Basilicata i numeri e le statistiche mostrano un livello di crisi inferiore a quello della Lombardia.

Altro dato che emerge da questo studio di Unicredit Retail Division, è che mentre la domanda al nord è fortemente caratterizzata dall'esportazione, cioè dipende per larga parte dalla domanda estera, al sud la domanda è interna, locale.


Quindi se diminuisce la domanda di prodotti da parte delle nazioni importatrici di made in Italy, le aziende al nord ne risentono molto di più, quelle al sud molto meno.
Altro indicatore importante è quello legato alla domanda di credito.
Al nord la domanda di credito è solitamente legata al credito al consumo o all'investimento industriale ed artigianale in maniera importante.

Al sud è principalmente legato a bisogni, o volontà diverse, quali la prima casa. Anche questo indicatore dunque, sposta notevolmente l'ago della bilancia.

In ogni caso, gli indicatori europei non ci danno per favoriti. Il World Institute for development economic research dell'Università delle Nazioni Unite di Helsinki, per esempio, ha appena terminato un rilevamento per cui emerge che l'Italia figura soltanto al 22° posto nella graduatoria del Pil pro capite, Non certo un risultato che ci pone come leader europei.
Qualcuno comincia a sostenere che i paramenti di Basilea e le misurazioni del Pil, non sono più strumenti sufficientemente moderni e sofisticati per restituire la vera fotografia della realtà dei paesi. Ma per ora questi rimangono le tecniche di misurazione, ed è con questi che si misura l'affidabilità di un paese dal punto di vista economico e produttivo.

IN BREVE
Gli indicatori principali che misurano la "febbre" di un paese dal punto di vista economico e finanziario sono il Pil, il prodotto interno lordo, e i paramenti cosiddetti di Basilea.
Al primo semestre del 2009 la fotografia istantanea del nostro paese, registrava una sofferenza maggiore del nord rispetto al sud. All'inizio della crisi globale economica i dati italiani erano tutti piuttosto omogenei.

Poi essendo il nord più industrializzato, più legato ai consumi, ridottisi di molto, ma anche più legato al reddito da esportazione, quasi crollata anch'essa, i dati hanno formato una forbice che mostra un impatto della crisi molto peggiore al nord che al sud, in termini di conseguenze e cambiamenti.
Unica eccezione in parte, il Piemonte, che ha meglio reagito.

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